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3 Gennaio 2021

Lele Bagnoli e la via del Guerriero (intervista di Christian Roccati)

Cari amici e compagni d’avventura,
è appena iniziato il 2021 e non posso far altro che partire subito con un’intervista a un personaggio del pianeta outdoor. Ho voglia di nuovi progetti e di scrollarmi tutte ste catene: un bel modo per cominciare a parlare con un uomo che è pura energia e determinazione. Scopriamo insieme la sua storia e godiamoci la voglia di allenamento e sperimentazione.

Oggi voglio sedermi in questo salotto stile “David Letterman” e porre domande, mentre la narrazione salpa e dietro agli occhi compaiono immagini. Parliamo quindi con Gabriele “Lele” Bagnoli, nato nel 1980 a Voghera (Pavia), città di adozione del suo amico e compianto campione olimpico Giovanni Parisi, due volte campione del mondo dei pesi leggeri e superleggeri .

Lele, residente a Casei Gerola, e di mestiere capoturno tecnico impiantista nella raffineria ENI di Sannazzaro de’ Burgondi; non solo un forte scalatore, ma anche un ex pugile professionista, campione italiano dilettanti dei pesi medi, tecnico e istruttore giovanile II° livello Federazione pugilistica italiana CONI.

Come hai iniziato a scalare e ad andare in montagna?
Fin da piccolo la boxe e lo sport in generale hanno fatto parte della mia vita e ovviamente hanno anche fatto da collante per conoscenze e amicizie.
Nel 2009, durante un mio allenamento di preparazione al pugilato, ormai deciso a smettere di combattere a causa del lavoro e del conseguente poco tempo a disposizione, faccio la conoscenza di un pugile ligure di Spotorno, luogo dove mi allenavo d’estate, e con lui scambio sul ring colpi nelle sedute di sparring insieme a consigli pugilistici.
Riccardo, pugile emergente e deciso a migliorarsi, entusiasta dell’allenamento, decide di ricambiare il favore portandomi ad arrampicare nella patria dell’outdoor italiano, Finale Ligure.
Da lì è nata la passione per l’arrampicata e la mia determinazione da atleta mi ha portato a visitare innumerevoli falesie e luoghi di arrampicata in tutto il mondo e ad avvicinarmi alla montagna in generale.
Infatti pochi mesi dopo la conoscenza della roccia, alla ricerca di una palestra dove imparare a scalare, mi sono imbattuto nella palestra indoor “La Tana del Geco” di Voghera.
Ho conosciuto il proprietario Andrea Arici, sportivo e bresciano doc e forte drytooler, più volte sul podio delle gare del circuito italiano di Ice-climbing che caratterizzava gli anni 2000.
Andrea, purtroppo venuto a mancare in un incidente di Speedflying a ferragosto del 2018, mi ha avvicinato al mondo dell’arrampicata su ghiaccio, soprattutto all’arrampicata di misto e al Dry tooling.
Con lui ho costruito le basi di una passione infinita che tuttora costituisce la maggior parte del mio tempo dedicato allo sport: dallo scialpinismo, alle cascate di ghiaccio, alle vie lunghe sportive e al dry tooling nelle migliori falesie europee e alpine.
Ovviamente quando le tue emozioni trovano alimento maggiore in una specifica disciplina, capisci che è quella a cui devi dedicare più tempo e soprattutto fatica.

Sì, fatica! Perché il dry tooling è spettacolare, ma è praticato in luoghi normalmente freddi e bui, ti fa andare il sangue al cervello quando scali superfici totalmente orizzontali e gli strumenti usati sono affilati come rasoi per poter rimanere adesi alla roccia. Insomma è davvero “estremo”, ma è proprio questo che rende tutto emozionante ed estremamente gratificante!

Che cos’è per te la disciplina del dry tooling? Perché la pratichi e cosa vi trovi?
Dry tooling significa letteralmente “strumenti da secco (asciutto)”, ovvero piccozze e ramponi, che normalmente vengono usati su terreno ghiacciato, nel dry vengono utilizzati sulla roccia che ormai si sta lentamente denudando delle colate ghiacciate che stentano a formarsi a causa dal surriscaldamento globale del pianeta.
Nato dalla necessità di raggiungere cascate e frange ghiacciate a svariati metri da terra, e raggiungibili quindi solo con arrampicata su tratti di roccia posti prima del ghiaccio, ormai il dry sta diventando la normalità e il divertimento è assicurato grazie all’inclinazione delle pareti e alle difficoltà raggiungibili con strumenti sempre più tecnici ed estremi.
Senza parlare del circuito di gare europeo e mondiale, dove i partecipanti hanno praticamente creato una grande famiglia di atleti, dove il divertimento e le amicizie sono un punto fermo.

Cos’è Uragano Dorato? Ci racconti del Bus del Quai? Spiegaci cosa è.
Nell’arco di questi quasi 10 anni di attività nel Dry, ad aprile del 2019 ho salito l’infinita linea gradata D15 dal forte atleta della squadra sportiva di montagna dell’esercito italiano Filip Babicz: Uragano Dorato.


La via si articola su 3 lunghezze, la prima D13, la seconda D13+ e l’ultima D11+/12, per un totale di quasi 50 metri di sviluppo con la necessità di almeno un cambio corde per limitare l’attrito e poter effettuare la calata dalla catena posta nel punto più alto del “Bus del Quai” (dal bresciano il buco della tana). Il tiro, liberato da Babicz circa un mese prima della mia ripetizione in stile DTS, rappresenta la mia prima via di quel grado elitario. Ho avuto la fortuna di salirla in un momento di gran forma e credo anche che la mia predisposizione ai movimenti della via mi abbia permesso di portare la corda in catena in pochi tentativi.
Penso questa via sia uno dei capolavori creati da Matteo Rivadossi, insieme al lavoro dei soci Marco Verzeletti e Daniele Frialdi, che con il tocco finale di Babics è stata “completata” egregiamente. Dai movimenti lunghi su tetto orizzontale ai rovesci e ai laterali dinamici, sommati a una scalata di resistenza infinita; il tutto ti fa sognare e faticare dall’inizio alla fine e ti porta a dover sfruttare ogni riposo per recuperare anche la minima energia necessaria per ogni successivo movimento dinamico estremo.
Il Team Bresciano con a capo Matteo ha convertito, più di 10 anni fa, la falesia “Bus del Quai – Buco della tana” dal freeclimbing, quasi mai praticabile per le condizioni di umidità perenne, al Dry tooling, che riempie le giornate fredde e piovose nell’inverno e nelle mezze stagioni.
La falesia, nata per la preparazione di salite sulle cascate di ghiaccio, sulle vie di misto impegnative e per le gare di coppa del Mondo ed Europeo, negli anni e per mezzo dalla passione di questi alpinisti, è diventata una delle mecche mondiali del dry puro e crudo.
Si tratta di una grotta ubicata a una quarantina di metri di altezza dalle rive dello splendido Lago D’Iseo, che offre, oltre al divertimento scalatorio anche una vista mozzafiato!

Nel 2019, nella stessa settimana hai scalato Uragano Dorato e Invocation (D14+) nella falesia Tomorrow’s World in Dolomiti. Ci racconti?
Che dire di Invocation (D14+)? Resta una delle vie più brevi e intense da me salite.
2 lunghezze, la prima D9+ (in perfetto stile Ballard) e la seconda nello stile “Lysy” Sokolowsky, con prese costituite da buchi naturali profondi, ma davvero distanti tra loro e che in soli 20 metri di tetto orizzontale ti fanno capire quanto sia semplice rendere una via breve così dura. Lo stesso Tom Ballard ha faticato nel ripeterla e ha portato il grado da D14 a D14+.
Ampiamente illustrato dalla posizione del mio corpo, questa via ti fa subito capire cosa ti aspetta. Appena dopo la prima parte “facile” i movimenti sono caratterizzati da lunghe sbracciate e pendoli nel vuoto a ogni sgancio di piccozza dalla presa precedente, rimanendo appeso alla successiva.
A suo modo una via unica ed estrema che dall’inizio alla fine ti obbliga a rimanere in apnea per usare tutte le forze necessarie nel raggiungimento della catena di sosta.

Quali sono state le tue più grandi performance nel DTS?
Il DTS rappresenta una fase di sviluppo nella mia crescita personale di drytooler. Ho cominciato a scalare in questo stile alla mia prima gara organizzata dagli amici d’oltralpe, nel DTS tour Francese, e lentamente mi ha dato grandi soddisfazioni forse perché, nonostante la mia struttura corporea pesante, l’ho sentito da subito congeniale.


Dopo questa gita all’estero ho iniziato a praticarlo arrivando a salire “M …come Mostro” (D13-) nella falesia sul monte Maddalena (BS), “Spiantati” (D13-) nella falesia bergamasca di Ambria, in Val Serina, “Kamasutra” (D13+) e “Low G Man” (D14), entrambe nella falesia del Quai sul lago D’Iseo, senza elencare le svariate vie di grado D11 e D12 salite a vista o flash sia nelle falesie francesi sia nelle falesie nostrane dolomitiche.

Pensando a te mi viene in mente un po’ la “Rock Warrior’s way”. Non sei “solo” uno scalatore, ma anche un agonista pugile di successo. Ci racconti al riguardo? Cos’è per te il pugilato?
Il pugilato ha rappresentato molto nella mia vita e, nonostante abbia iniziato tardi la pratica agonistica, sono riuscito a ottenere una vittoria nel campionato italiano pesi medi (75 kg) IIA serie nel 2002 con la conseguente chiamata in nazionale alla quale sempre per motivi di lavoro non ho potuto partecipare.
Successivamente ho sostenuto molti tornei internazionali scontrandomi vittoriosamente con pugili Croati, Sloveni e Russi, e a seguito di una breve carriera da Professionista, ho abbandonato a causa della mancanza di tempo libero sempre per via del lavoro a turni che tuttora svolgo.
Insomma ho ricevuto tante soddisfazioni anche nel pugilato e tante emozioni uniche come la vittoria del campionato italiano a Massa Carrara avvenuta dopo aver vinto prima il titolo regionale lombardo e poi l’interregionale in Veneto sempre nello stesso anno.
Tuttavia con il passaggio al professionismo, è stato necessario dedicare il mio intero tempo al pugilato e a causa degli scarsi guadagni che non permettevano nemmeno la sopravvivenza e anche alla futura carriera che non avrebbe fruttato abbastanza, ho dovuto smettere prematuramente.
Come molti pugili italiani l’unico modo era rimanere in qualche corpo atletico delle forze armate o avere la fortuna di uno sponsor danaroso, ma non è stato il mio caso.
Nonostante mi allenassi con il campione olimpico e mondiale Giovanni Parisi e per un breve tempo anche con l’ex campione europeo dilettanti e campione del mondo Giacobbe Fragomeni, ho preso la decisione di non dedicare tutto il tempo solo alla boxe e sinceramente ora posso dire di essere felice di questa scelta, che mi ha permesso di conoscere tante discipline e soprattutto la montagna.

Per la tua condizione di preparazione sportiva quanto ti alleni? Come si combinano pugilato e DTS?
Le gioie e i dolori provate con la boxe, come in qualsiasi carriera, mi hanno lasciato una consistente base di determinazione da guerriero che poi si è rivelata davvero utile quando la fatica richiedeva la cosiddetta “testa” per poter progredire sulle vie dure, insieme a quell’imprinting che ti spinge all’allenamento quotidiano seppur condiviso con turni di lavoro notturni e non.
Questo feedback mentale e fisico fa sì che 6 giorni su 7 li dedichi ad allenarmi, a volte per 2 ore a volte anche 4 in una doppia seduta.
Ho la fortuna di conoscere bene la metodologia di allenamento e i cicli metabolici essendo un istruttore, ma in particolare conosco il mio corpo da atleta e questo mi permette di programmare settimanalmente e in base ai progetti i miei allenamenti, alternando fasi anaerobiche a fasi aerobiche, integrando l’arrampicata col pugilato.
Non dimentichiamo che a differenza del climber medio io ho un peso notevole che oscilla dai 75 ai 78 kg su 1 metro e 83 di altezza ma che, nonostante la buona forza massimale, porta molto più velocemente all’affaticamento muscolare negli sforzi protratti a causa di una discreta massa muscolare a supporto di una struttura ossea importante.
Questo mi porta a dover allenare molto il sistema cardiovascolare per capillarizzare e quindi ossigenare migliorando il recupero muscolare a valle di movimenti massimali. Mi viene incontro in modo marcato l’allenamento pugilistico che spinge il corpo a lavorare a cavallo della soglia anaerobica con continue salite e discese sinusoidali della curva di frequenza cardiaca: tradotto in parole povere una manna per gli sforzi fatti nel dry tooling!
Ovviamente è necessario allenare il gesto tecnico e atletico specifico per poi replicarlo in montagna, ed anche in questo caso la mia piccola palestra casalinga mi ha permesso negli anni di replicare quei gesti permettendomi di raggiungere ottimi risultati. Sono praticamente un topo da gabbia che sfrutta le poche giornate di libertà a disposizione per salire progetti e vie dure trasformando il sudore e le fatiche in soddisfazioni.
Faccio un’ultima doverosa precisazione sottolineando la mia capacità di scalare sia in DTS sia in stile yaniro.
Personalmente cerco di scalare nello stile della falesia in cui mi trovo, anche se ad esempio lo stesso Tom Ballard ha sempre lasciato al climber la scelta dello stile, magari differente dal suo, ma ha permesso la ripetizione delle sue vie con entrambi gli stili, senza diatribe sul grado finale. A questo riguardo, senza creare polemiche, sono convinto che c’è una differenza tra gli stili che può essere marcata o no in base alla tipologia di via che si sale e dalla capacità del climber di sapere scalare in entrambi gli stili in modo completo.

Sei un riferimento e la tua storia si intreccia con quella di altri scalatori molto noti. Com’è il tuo rapporto con Filip Babicz?
Ho conosciuto Filip Babics la prima volta che sono andato a scalare in Fedaia a Tomorrow’s World, falesia del forte alpinista Tom Ballard, scomparso purtroppo sul Nanga Parbat nel 2019.
Babics è l’atleta per antonomasia che a differenza mia, come detto prima, divido la mia esistenza sportiva tra il lavoro a turni e pochissime uscite outdoor.
Durante la nostra trasferta dolomitica a provare vie di Dry, mi ha raccontato in breve alcuni scorci della sua vita e mi ha letteralmente colpito la sua determinazione, tipica di tutti i grandi alpinisti e arrampicatori contemporanei che fanno dell’allenamento e dello studio delle proprie capacità un must.
La grinta usata per la crescita professionale e fisica fanno di lui un esempio da seguire, come d’altronde lo erano stati per me in passato i campioni di pugilato che vivevo in palestra.
Filip possiede inoltre una componente importante che è lo studio personale del terreno di gioco: esegue una pignola ed esasperata didattica ricerca dell’ottimizzazione di ogni movimento.
Insomma un professionista a tutti gli effetti!
Forse quasi ossessivo e al limite della compulsione, ma necessaria al raggiungimento del Top della performance per ottenere risultati.
Tutti parametri fondamentali che caratterizzano un atleta di alto livello che però differiscono dal mio modo di vivere lo sport. Amo allenarmi e amo fare sport sotto tante forme, ma vivo sempre le cose nella “giusta” misura, un po’ come sosteneva il filosofo greco Platone e come è scritto sul tempio dedicato al dio Apollo a Delfi: “gnòthi saeutòn” (conosci te stesso) e “medèn àgan” (nulla in eccesso).
Adoro il dry tooling e l’arrampicata, ma conosco i miei limiti e li coltivo con il tempo senza eccedere godendo anche degli insuccessi, monito a migliorarsi e a imparare da ogni fallimento, sempre vivendo la vita e la natura come doni infiniti e non solo con visione opportunistica ed egoistica.

E per quanto riguarda Matteo Rivadossi?
Matteo è un caro amico di piccozze e, a differenza mia, lo considero un alpinista ultra completo.
Ghiaccio, Dry tooling, misto estremo, artificiale, arrampicata e speleologia …manca qualcosa? [n.d.r. …in effetti è anche un campione nel canyoning!]
Dieri di no, c’è solo da imparare da lui e specialmente dalle sue capacità propriocettive che possiede su qualsiasi terreno, forse una vita intera non basterebbe, ma di sicuro a stare in sua compagnia la montagna ti entra dentro.
Proprio in questi giorni ci siamo sentiti per parlare di alcune vie di dry e dell’eterna diatriba tra chi scala in DTS e chi usa ancora lo Yaniro come forma mentis e diciamo che Matteo ha ormai un brutto rapporto con chi fa ancora Yaniro, nel senso buono e sportivo ovviamente, e io appoggio la sua visione ma, a essere sincero, non completamente.
Di solito tendo a seguire lo stile della falesia se gli apritori e chiodatori usano quello, come fosse una forma di rispetto nei loro confronti e per confrontarmi ad armi pari, ma non disdegno lo Yaniro che nelle gare ti permette di essere più veloce e a volte è necessario per evitare cadute da sbandierate effimere che in DTS sono la norma.
La questione della ripetizione delle vie in due differenti stili genera ormai da anni discussioni sulla valutazione effettiva del grado: lo stesso Sokolowsky sostiene che in DTS e senza Yaniro esista un grado e mezzo in più di diversità, ma chi sono io per dire il contrario? Per ora più di un atleta mondiale ha ripetuto vie aperte in DTS con le Yaniro e viceversa senza mai cambiare il grado assegnato in primis.
Di sicuro la mia visione del drytooling è fatta di sole pure emozioni che provo durante le fatiche spese sulle vie.
Adoro entrambi gli stili, forse perché amo il dry o forse perché riesco a fare tutti e due discretamente bene, ma ho sempre avuto un debole per lo Yaniro che resta il gesto per antonomasia legato soprattutto alle prime ascensioni estreme delle vie di misto sportivo salite da Jeff Lowe a Bubu Bole, insomma una sorta di gesto storico della disciplina.
Atleticamente ammetto che il DTS ha dalla parte sua la spettacolarità e una maggiore variabilità nella scalata, oltre a una conseguente necessità da parte del climber di avere spalle e sottoscapolari d’acciaio, ma se si diventa bravi nell’uso dell’aggancio dei back point del ramponcino molte vie orizzontali diventano meno impegnative.
Insomma la tecnica in entrambi gli stili è necessaria e a volte dove non riesci facendo Yaniro usi il DTS e viceversa, lasciando libera scelta al climber di divertirsi come meglio crede; si potrebbero sprecare ancora molte parole per descrivere le peculiarità degli stili, ma forse l’unico modo per capire se variare il grado oppure no, sarebbe quello di far ripetere una via elitaria in entrambi i modi allo stesso atleta.
Chissà, forse succederà prima o poi, ma di sicuro finché nelle gare non verrà proibito lo Yaniro esso rappresenterà il Dry tooling e sarà largamente usato dagli atleti di tutto il mondo, quindi sta solo a chi salirà le vie avere l’onestà etica di dichiarare sostanziali differenze di grado rispetto a quello dato in un determinato stile, ma solo se ovviamente si è capaci di arrampicare con entrambi.

Come hai vissuto questo 2020? Qual è il tuo prossimo progetto?
Il 2020 non lo vedo così disgraziato come l’opinione pubblica lo descrive, cerco sempre il lato positivo in ogni avvenimento che mi capita ed in questo caso lo vedo come un periodo di riflessione e allenamento.
Un modo per provare nuovi allenamenti, fare pensieri e soprattutto farmi desiderare ancora di più il mio progetto futuro verso le gare e verso la ripetizione del primo D15 mondiale “A line above the sky”.
L’unica cosa che mi rende insoddisfatto, è il fatto di non poter costruire un programma di crescita outdoor per arrivare al top e ripetere la via, perché va bene allenarsi specificatamente, ma è necessaria la trasformazione in campo in condizioni ambientali severe e con il costante contatto con la vera roccia e la possibilità di caduta nel vuoto. Sensazioni differenti e presenti solo in ambiente!
Ma nonostante tutto convivo consapevolmente con questa situazione particolare, assaporando il piacere del desiderio del poter finalmente ritornare a vivere l’agognata libertà individuale al più presto, perché come si sa l’attesa del piacere è essa stessa il piacere.

Christian Roccati
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