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24 marzo 2020

Alpinismo e Spedizioni · Vertical · Europa

Oggi nasceva Jerzy Kukuczka

Jerzy Kukuczka – fonte immagine: darien.pl

Il secondo ad aver conquistato tutte le vette di oltre  ottomila metri. Fautore delle salite in stile alpino in Himalaya, ha compiuto le sue imprese dotato di  pochi e arretrati mezzi

Jerzy Kukuczka, nato a Katowice (Polonia)  il 24 marzo 1948, completò le 14 vette più alte del pianeta nel 1987, solo un mese dopo Reinhold Messner.

Conosciuto affettuosamente come “Jurek”, è considerato uno dei migliori alpinisti di sempre. Era un accanito sostenitore delle salite in stile alpino in Himalaya, effettuate senza l’utilizzo di ossigeno supplementare.

In soli otto anni, Kukuczka salì gli Ottomila della Terra, rispettano le regole di un gioco che ancor oggi è poco conosciuto e compreso.  Un confronto che gli impose di scalare quelle vette con l’umiltà e il rispetto di non ricorrere una triste collezione di vie normali, ma vie nuove e prime invernali. Seguendo questo suo modo di essere, sui giganti di 8000 metri ha aperto sette vie nuove e compiuto ben quattro salite invernali. Dotato di una perseveranza senza eguali e di una capacità di adattamento unica al mondo, per una decina di volte è stato costretto a bivacchi di fortuna oltre la zona della morte – alcune persino nell’inverno Himalayano. Kukuczka ha vissuto la sua esistenza nella “gabbia” del sistema politico sovietico, che mandava in spedizione i propri alpinisti con mezzi tecnici e abbigliamento quasi primitivi, e con riserve alimentari molto scarse e razionate. Approfondimento

Jerzy Kukuczka. Fonte: Alpine Studio

Morì scalando l’inviolata parete sud del Lhotse, in Nepal, il 24 ottobre 1989: a 8.200 metri di altezza una corda usata, che aveva comprato in un mercato di Kathmandu, si ruppe di colpo facendolo cadere nel precipizio. Il suo corpo fu ritrovato solo 3.000 metri più in basso, sepolto in un crepaccio.

Lo ricordiamo attraverso il racconto della moglie Celyna che, nell’intervista realizzata da MountainBlog nel maggio 2012, ci regala un ritratto intimo del forte alpinista polacco. La traduzione è di Luca Calvi.