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13 Maggio 2026

Alpinismo e Spedizioni · Vertical · Cultura

Jon Krakauer, 30 anni dopo l’Everest ’96: “Quella montagna mi perseguita ancora”

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Foto: Devon Christopher Adams / Wikimedia Commons – CC BY-SA 2.0

A tre decenni dalla tragedia del 1996, lo scrittore e alpinista americano Jon Krakauer torna a riflettere sul disastro che cambiò per sempre il modo di raccontare l’Himalaya. Tra trauma personale, etica delle spedizioni commerciali e nuove sfide sull’Everest, il dibattito resta ancora attuale.

Trent’anni dopo la tragedia dell’Everest del 10 e 11 maggio 1996, Jon Krakauer torna a parlare pubblicamente di una delle esperienze più drammatiche della storia dell’alpinismo contemporaneo. In occasione della nuova edizione di Into Thin Air, il libro che raccontò dall’interno il disastro costato la vita a otto persone, lo scrittore statunitense ha rilasciato diverse interviste nelle quali affronta ancora una volta il peso psicologico di quei giorni trascorsi sopra gli ottomila metri.

Le sue parole, riportate da testate internazionali come People Magazine, National Geographic e WBUR, riportano al centro dell’attenzione una vicenda che ha segnato profondamente l’immaginario collettivo della montagna. Krakauer racconta di convivere ancora oggi con il senso di colpa e con conseguenze riconducibili allo stress post-traumatico legato a quanto accaduto durante quella spedizione commerciale sull’Everest.

into thin air bookL’autore americano partecipò alla spedizione come giornalista incaricato di documentare il crescente fenomeno delle spedizioni commerciali sul tetto del mondo. Quella che doveva essere un’inchiesta sul business dell’alta quota si trasformò però in una tragedia senza precedenti. Una violenta tempesta colpì gli alpinisti durante la discesa dalla vetta, provocando morti e dispersi in condizioni estreme.

Da quell’esperienza nacque Into Thin Air, pubblicato nel 1997 e diventato rapidamente uno dei libri di montagna più letti al mondo. L’opera contribuì a portare il grande pubblico dentro le dinamiche dell’alpinismo himalayano moderno, mostrando i limiti delle spedizioni commerciali, le pressioni economiche e le difficoltà decisionali in alta quota. Ancora oggi il racconto di Krakauer rappresenta un punto di riferimento nella letteratura alpinistica contemporanea.

Paradossalmente, però, lo stesso autore riconosce che il successo mondiale del libro potrebbe aver contribuito ad aumentare il fascino mediatico dell’Everest. Nelle recenti dichiarazioni, Krakauer riflette sul fatto che la montagna sia diventata sempre più un simbolo globale di sfida personale, alimentando un fenomeno turistico e commerciale che negli ultimi decenni ha raggiunto dimensioni enormi.

Il tema delle spedizioni commerciali resta infatti centrale nel dibattito sull’Himalaya. Negli anni Novanta l’idea di accompagnare clienti paganti verso la cima dell’Everest era ancora relativamente nuova; oggi rappresenta un’industria consolidata, con centinaia di persone che ogni stagione tentano la salita dalla via normale nepalese.

Le immagini delle lunghe code vicino alla vetta hanno fatto il giro del mondo negli ultimi anni, sollevando interrogativi sulla sostenibilità dell’affollamento in quota. L’altitudine estrema, la finestra meteo ridotta e la pressione psicologica del “summit” continuano infatti a rappresentare fattori di rischio elevatissimi, anche in presenza di tecnologie e supporti logistici più evoluti rispetto al passato.

Krakauer riconosce comunque alcuni cambiamenti positivi rispetto al 1996. In particolare sottolinea il ruolo sempre più centrale delle guide nepalesi e degli sherpa nella gestione delle spedizioni. Se trent’anni fa gran parte della narrazione himalayana era dominata da guide occidentali, oggi molte delle principali agenzie sono guidate direttamente da professionisti nepalesi con grande esperienza in quota.

Anche gli standard organizzativi sono migliorati. Le comunicazioni satellitari, le previsioni meteorologiche più accurate e una gestione più strutturata dei campi avanzati hanno contribuito a ridurre relativamente la mortalità rispetto al numero crescente di tentativi di vetta. Questo non significa però che l’Everest sia diventato una montagna “sicura”.

L’ambiente oltre gli ottomila metri resta uno dei luoghi più ostili del pianeta. L’ipossia, il deterioramento cognitivo legato all’altitudine, il freddo estremo e la rapidità con cui le condizioni possono cambiare continuano a imporre margini di rischio molto elevati. È proprio questo il punto che Krakauer continua a evidenziare: la montagna non perdona errori, superficialità o eccessi di fiducia.

A trent’anni dal disastro, l’Everest del 1996 continua quindi a rappresentare molto più di una tragedia storica. È diventato uno spartiacque culturale nell’evoluzione dell’alpinismo moderno, un episodio che ha costretto il mondo della montagna a interrogarsi sul rapporto tra avventura, business, responsabilità e comunicazione mediatica.

Il ritorno di Krakauer nel dibattito pubblico riporta inoltre l’attenzione su un tema spesso poco affrontato nell’alpinismo: le conseguenze psicologiche delle esperienze estreme. Le sue parole mostrano come eventi vissuti in ambiente ostile possano lasciare tracce profonde anche a distanza di decenni, ben oltre il racconto epico della conquista della vetta.

Per molti appassionati di montagna, Into Thin Air resta ancora oggi una lettura fondamentale non soltanto per comprendere la tragedia dell’Everest, ma anche per riflettere sul significato stesso dell’andare in alta quota. Ed è forse proprio questa la ragione per cui, trent’anni dopo, quella vicenda continua ancora a parlare al presente.

 

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