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25 Giugno 2026

Running

Intervista ad Andrea Lanfri: esploratore di sé e del Mondo

Care amiche e amici,
oggi vorrei tornare a parlare di e con una persona che stimo moltissimo e che ho avuto il piacere e l’onore di intervistare e incontrare in più occasioni. Mi riferisco ad Andrea Lanfri, classe 1986, nato a Lucca, atleta di livello internazionale, simbolo e leggenda.
Andrea è tantissime cose, e tra queste, anche un “agonista” pluriamputato in conseguenza all’aver contratto la meningite con sepsi meningococcica, che gli fece perdere entrambe le gambe, sette dita delle mani e gran parte della mobilità. Fu dapprima un atleta paralimpico della nazionale italiana di atletica leggera, poi avventuriero e alpinista. Detentore del Guinness World Record per il miglio corso in quota più veloce e primo pluriamputato al mondo a salire in autonomia l’Everest.

L’ultima volta che lo descrissi, conclusi con questa frase: “Andrea è molto altro e, prima di tutto, un ragazzo con un cuore immenso”. Non devo cambiarne nemmeno una parola.

 

Andrea Lanfri

(Foto di Ilaria Carriello)

Stai per partecipare alla LUT, Lavaredo Ultra Trail, di che gara si tratta per te e perché hai scelto questa meravigliosa sfida?

La Lavaredo Ultra Trail è una delle gare di trail running più iconiche al mondo, che si corre nel cuore delle Dolomiti, in un ambiente straordinario. Io parteciperò alla distanza da 50 km e per me rappresenta una sfida molto particolare. In realtà corro in montagna con le lame da quando ho iniziato a preparare la mia salita all’Everest. La mia nuova vita sportiva è iniziata in pista, ma dopo poco mi sono accorto che la pista era troppo corta per me. Ho sentito il bisogno di andare oltre e ho iniziato ad allenarmi e correre in montagna.

All’inizio non è stato semplice, perché le lame sono progettate per correre in pianura e non per affrontare terreni tecnici, rocce, radici e forti dislivelli. Ho dovuto adattarle, modificare il mio modo di correre e imparare a gestire difficoltà completamente nuove. Con il tempo ho iniziato a percorrere distanze sempre più lunghe e oggi la corsa in montagna è ancora il mio allenamento preferito.
Ho sempre corso sui sentieri, ma non avevo mai partecipato a gare di trail. Circa un anno e mezzo fa ho deciso di aggiungere un po’ di pepe ai miei allenamenti. Le gare sono diventate uno stimolo in più per preparare le mie avventure in alta e altissima quota: in fondo il trail running è uno strumento che utilizzo per crescere come atleta e come alpinista.
La Lavaredo è arrivata in modo naturale. Da tempo sognavo di correre in quei luoghi meravigliosi e credo che sia difficile trovare uno scenario più bello delle Dolomiti. Per questo ho scelto proprio questa gara.

Dal punto di vista tecnico sarà una sfida importante, perché il percorso è molto roccioso e richiederà una gestione attenta delle lame, soprattutto nei tratti più tecnici. È proprio questo aspetto che la rende ancora più interessante per me.
In termini di risultato non mi pongo grandi aspettative cronometriche. Quello che cerco ogni volta è scoprire qualcosa di nuovo sui miei limiti e capire dove posso arrivare. Le emozioni saranno sicuramente tante: entusiasmo, fatica, forse anche qualche momento difficile. Ma è proprio questo che mi piace delle sfide in montagna. Ogni gara è un’occasione per conoscermi meglio e per preparare il passo successivo verso nuovi progetti e nuove avventure.

Stai anche per partecipare alla VUT: Valmalenco UltraDistance Trail. Raccontaci al riguardo, che cosa rappresenta e che gara è?

Valmalenco Ultra Distance Trail rappresenta per me una sfida molto speciale, perché nasce da un’esperienza vissuta l’anno scorso proprio su quei sentieri. In realtà la Valmalenco la conoscevo già perché nel 2025, durante il progetto che mi ha portato a salire tutte le cime più alte d’Italia, ero passato da lì per la salita al Bernina. Avevo già scoperto un territorio straordinario, ma è stato partecipando alla gara che ho potuto viverlo davvero da dentro.

L’anno scorso ho corso la distanza da 35 chilometri, che in realtà erano circa 37, ed è stata un’esperienza che mi ha lasciato molto. Mi hanno affascinato i paesaggi, i sentieri e la montagna, ma soprattutto il calore delle persone. Per tutta la gara ho sentito un tifo incredibile, un grande incoraggiamento e una vicinanza umana che raramente si incontrano. È una di quelle gare in cui ti senti davvero parte di una comunità.
Dal punto di vista sportivo è stata anche una prova molto impegnativa. Ha piovuto praticamente per tutta la giornata e il terreno era estremamente difficile, soprattutto per chi, come me, corre con le lame. Ricordo che mentre affrontavo il percorso guardavo alcuni tratti della gara lunga e pensavo: “Come sarebbe possibile per me fare la distanza regina?”

Parliamo di 90 chilometri e oltre 6.000 metri di dislivello positivo, su un terreno tecnico, duro e spesso molto impegnativo da gestire con le protesi. In quel momento mi sembrava quasi un obiettivo impossibile. Ed è stato proprio lì che è nata la sfida.
Quando incontro qualcosa che mi sembra al limite delle mie possibilità, o addirittura impossibile, difficilmente riesco a togliermela dalla testa. Inizio a pensarci, a studiarla, a lavorarci sopra e a cercare un modo per trasformarla in qualcosa di realizzabile. Così è stato anche per la VUT.
Oggi, a poche settimane dalla partenza, posso dire che questo sarà probabilmente l’obiettivo trail più importante che abbia mai affrontato. Sicuramente è la sfida di corsa più ambiziosa di questa stagione e una delle più impegnative che abbia mai preparato.
Per quanto riguarda la gestione delle due gare, Lavaredo e VUT, le vedo come parte di un unico percorso. Non sono soltanto delle competizioni, ma tappe di crescita. Ogni gara mi permette di raccogliere informazioni, fare esperienza, capire meglio come gestire il corpo, le lame, la fatica e la montagna. Tutto questo diventa un tassello utile per affrontare sfide sempre più grandi.

Negli anni è cambiato molto anche il mio modo di scegliere gli obiettivi. All’inizio cercavo soprattutto di capire fin dove potevo arrivare. Oggi continuo a cercare i miei limiti, ma scelgo progetti che abbiano anche un significato più profondo, che mi facciano crescere come atleta, come alpinista e come persona.
Per il futuro non so ancora quali saranno le prossime sfide. Ho imparato che spesso sono proprio le montagne e le esperienze vissute sul campo a suggerirmi la direzione successiva. In questo momento il mio sguardo è tutto rivolto alla Valmalenco: voglio vivere fino in fondo questa avventura e scoprire cosa avrò imparato una volta arrivato al traguardo.


A fine agosto poi tornerai nelle altissime quote: l’ascensione del Manaslu è il tuo obiettivo. Devi assolutamente parlarci di questo nuovo super momento. Cosa rappresenta per te la “Montagna dello Spirito”?

Il 28 agosto partirò per il Nepal con un nuovo progetto che mi porterà sul Manaslu, una montagna che per la cultura locale viene spesso chiamata la “Montagna dello Spirito”. Sarà un’avventura molto importante per me, ma anche un po’ diversa da quelle che ho raccontato finora.
Al momento preferisco non entrare troppo nei dettagli del progetto, perché ci sono alcuni aspetti che svelerò più avanti. Posso però dire che partirò dall’Italia da solo e che condividerò la salita con un amico Sherpa, Migma, con cui ho avuto la fortuna di condividere anche la vetta dell’Everest. Tra noi si è creato un rapporto di grande fiducia e sono felice di poter affrontare questa nuova esperienza insieme a lui. Sarà una spedizione che durerà diverse settimane, come accade normalmente sugli Ottomila, tra trekking di avvicinamento, acclimatamento e finestra di vetta. Ma, al di là dell’aspetto alpinistico, per me questa salita rappresenta soprattutto un grande laboratorio a cielo aperto.

In questo periodo sto lavorando a un progetto molto ambizioso che guarda ai prossimi anni e il Manaslu sarà un banco di prova fondamentale. Più che cercare una semplice vetta, voglio raccogliere informazioni, osservare come reagisco in quota, capire se gli allenamenti, la preparazione e le strategie che sto sperimentando stanno andando nella direzione giusta.
Ho scelto il Manaslu proprio per questo motivo. Pur essendo un Ottomila e richiedendo grande rispetto, è considerato una delle montagne più accessibili dal punto di vista tecnico. Questa caratteristica mi permette di concentrarmi maggiormente sugli aspetti che voglio testare e studiare, senza aggiungere ulteriori variabili legate a passaggi estremamente complessi.
Chi mi conosce sa che quando nasce nella mia testa un grande obiettivo, difficilmente lascio qualcosa al caso. Mi piace preparare ogni dettaglio, fare esperienza passo dopo passo e costruire un percorso che mi permetta di arrivare pronto alle sfide più grandi. Il Manaslu si inserisce esattamente in questo percorso. Più che una destinazione finale, lo considero una tappa molto importante: un’occasione per imparare, per mettermi alla prova e per capire se la strada che sto percorrendo è quella giusta verso i sogni che ho in mente per il futuro.

Come stai gestendo la tua condizione fisica attuale? In che problemi incorri? Come ti preservi?

Sto attraversando un periodo di grande carico fisico perché sto preparando contemporaneamente diverse sfide importanti. Con le mie condizioni devo prestare particolare attenzione alla gestione dei volumi di allenamento, al recupero e alla prevenzione di infiammazioni e sovraccarichi, soprattutto a livello dei monconi e delle zone di contatto con le protesi.
Negli anni ho imparato ad ascoltare molto il mio corpo. Oggi la vera differenza non la fa soltanto quanto mi alleno, ma quanto riesco a recuperare bene. Per questo alterno allenamenti intensi a momenti di recupero, lavoro molto sulla prevenzione e cerco di arrivare agli appuntamenti importanti nelle migliori condizioni possibili.

Che consiglio vuoi dare a chi ti segue o a chi vorrebbe essere come te?

Il consiglio che posso dare è di non avere paura degli obiettivi che sembrano troppo grandi o troppo lontani. Anche le sfide più incredibili si costruiscono un passo alla volta, con costanza, pazienza e tanta voglia di imparare. Io non ho mai cercato di dimostrare qualcosa agli altri: ho sempre cercato di scoprire fin dove potevo arrivare. Credo che la vera avventura sia proprio questa, continuare a mettersi in gioco e non smettere mai di crescere.

Dai un significato alle tue opere e grandi imprese? Quale?

Le mie imprese non nascono mai per conquistare una montagna o per raggiungere un record. Quelli sono semmai una conseguenza del percorso. Per me ogni progetto ha il significato di esplorare ciò che sembra impossibile e trasformarlo in qualcosa di possibile. È un modo per conoscere meglio me stesso, per crescere e per capire dove si trovano davvero i miei limiti. Se poi queste avventure riescono anche a trasmettere a qualcuno il coraggio di affrontare una propria difficoltà, grande o piccola che sia, allora assumono un valore ancora più grande. Alla fine credo che le montagne siano una metafora della vita: non conta solo arrivare in cima, ma la persona che diventi durante la salita.

Come vorresti che ti vedessero le persone che isipiri?

Vorrei che le persone mi vedessero semplicemente come una persona normale che ha scelto di non fermarsi davanti alle difficoltà. Non mi interessa essere considerato un eroe o un esempio irraggiungibile. Mi piacerebbe che chi segue le mie avventure capisse che tutti abbiamo delle montagne da scalare nella vita e che, con impegno, pazienza e determinazione, possiamo fare molto più di quanto immaginiamo.

Hai mai paura? Ti spaventa qualcosa?

A volte ho anche paura di non farcela, di non raggiungere l’obiettivo che mi sono prefissato. Ma ho imparato che il fallimento fa parte del percorso tanto quanto il successo.
Quello che non mi spaventa è il risultato finale. Non mi definisce una vetta raggiunta o una vetta mancata. Mi interessa soprattutto il percorso che faccio per arrivarci.
Forse la cosa che mi spaventa di più è smettere di mettermi in gioco, smettere di avere curiosità e smettere di crescere. Finché avrò un sogno da inseguire e qualcosa da imparare, saprò di essere sulla strada giusta.

So che è impossibile, ma se ti chiedessi Andrea Lanfri in una parola?

Esploratore! Non perché esploro soltanto montagne o luoghi lontani, ma perché cerco continuamente di esplorare i miei limiti, le mie possibilità e ciò che ancora non conosco di me stesso.

Christian Roccati
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