Nuovi strumenti di monitoraggio sul Cervino e dati sulla stagione nivale riportano l’attenzione sull’evoluzione dell’alta montagna. Il bilancio dei ghiacciai valdostani sarà definito con le misure di fine estate.
L’estate 2026 entra nella sua fase decisiva per il monitoraggio della criosfera alpina. Ghiacciai, neve, roccia e permafrost sono al centro di una rete di osservazioni che permette di seguire le trasformazioni dell’ambiente di alta quota e di confrontare i dati raccolti stagione dopo stagione.
In Valle d’Aosta, ARPA ha affiancato ai programmi già attivi nuovi strumenti di rilevamento sul Cervino, mentre i dati relativi agli accumuli invernali dei ghiacciai mostrano una situazione differenziata tra i diversi apparati glaciali. Il quadro definitivo della stagione 2025-2026 sarà però disponibile soltanto al termine delle misure di fine estate.
Ghiacciai: gli accumuli invernali non sono uniformi
Le prime misure effettuate da ARPA Valle d’Aosta sulla stagione invernale 2025-2026 hanno evidenziato differenze significative tra i ghiacciai monitorati. Al ghiacciaio del Timorion gli accumuli risultano significativamente inferiori alla media storica. Al Rutor, invece, l’accumulo è risultato superiore alla media del periodo di riferimento, ma inferiore ai valori registrati nelle ultime tre stagioni.
Si tratta di dati relativi alla fase di accumulo invernale e non ancora del bilancio complessivo della stagione glaciale. Per valutare la quantità di massa persa durante la stagione di ablazione saranno infatti necessarie le misure effettuate alla fine dell’estate. È proprio questa fase dell’anno a essere particolarmente importante per comprendere l’evoluzione dei ghiacciai: il bilancio di massa mette infatti in relazione quanto accumulato durante l’inverno con quanto perso durante la stagione calda.
Sul Cervino una nuova stazione a 3.800 metri
Nel frattempo la rete di monitoraggio dell’ambiente di alta quota si è arricchita di una nuova stazione meteorologica sul Cervino. ARPA Valle d’Aosta l’ha installata a luglio, nei pressi della Capanna Carrel, a circa 3.800 metri di quota. La stazione è operativa e raccoglie dati relativi a temperatura e umidità dell’aria, vento, pressione atmosferica e radiazione solare. L’impianto comprende inoltre due webcam. Il progetto non si limita alle condizioni atmosferiche. L’obiettivo è ampliare progressivamente il monitoraggio anche alla temperatura della roccia, attraverso nuovi sensori destinati alle pareti del Cervino, e al permafrost, con dati disponibili in tempo quasi reale. L’iniziativa permette così di osservare contemporaneamente diverse componenti dell’ambiente di alta montagna, dalla meteorologia alla criosfera fino alle condizioni termiche della roccia.

Anche la siccità nivale entra nel quadro
Un altro elemento utile per leggere la stagione 2026 riguarda la neve. ARPA ha pubblicato a fine luglio un aggiornamento sulla siccità nivale nelle Alpi italiane, evidenziando come la disponibilità di neve accumulata durante l’inverno rappresenti un parametro importante per l’equilibrio idrologico e per l’evoluzione della criosfera durante i mesi caldi. Per i ghiacciai, l’innevamento invernale costituisce infatti una delle componenti fondamentali del bilancio annuale. La neve che permane a lungo in quota può proteggere il ghiaccio dalla radiazione solare e dalla fusione, mentre una copertura ridotta può lasciare maggiormente esposte le superfici glaciali durante la stagione di ablazione. I dati nivologici, quelli meteorologici e le misure direttamente effettuate sui ghiacciai devono quindi essere letti insieme.
Il caldo di giugno è un elemento del quadro, non una fotografia dell’estate
Nel corso di giugno ARPA aveva registrato condizioni eccezionali anche alle quote più elevate. Alla stazione meteorologica del Colle Major, sul Monte Bianco, a 4.750 metri, erano stati rilevati diversi superamenti dello zero, con una temperatura media oraria di +2 °C il 24 giugno. ARPA aveva osservato in quel periodo intensa fusione della neve e forte ablazione dei ghiacci, con abbassamenti della superficie glaciale superiori a 3-5 centimetri al giorno in alcuni settori. Questi dati rappresentano però una fotografia di una fase specifica della stagione e non possono essere utilizzati, da soli, per descrivere le condizioni dell’alta montagna a metà agosto. Il loro interesse sta piuttosto nell’inserirli all’interno di una serie di osservazioni più ampia, che comprende le temperature dell’aria, la neve, il ghiaccio, la roccia e il permafrost.
Il quadro definitivo arriverà a fine estate
Per comprendere come si è evoluta realmente la stagione glaciale 2026 sarà quindi necessario attendere le misure di fine estate. Saranno queste a permettere di determinare il bilancio complessivo della massa glaciale e di confrontarlo con gli anni precedenti. Nel frattempo, il potenziamento della rete di monitoraggio offre dati sempre più dettagliati sulle condizioni dell’ambiente alpino. Per chi frequenta l’alta montagna, questi dati non rappresentano una previsione automatica delle condizioni di una parete o di un itinerario. La valutazione di un’ascensione deve continuare a basarsi sulle condizioni meteorologiche e nivologiche aggiornate, sulle informazioni relative al percorso e sulle comunicazioni degli enti e dei rifugi. Il valore del monitoraggio scientifico è un altro: documentare come cambia la montagna nel tempo. Ed è proprio attraverso serie di dati continue e confrontabili che sarà possibile comprendere meglio gli effetti delle variazioni climatiche sulla criosfera alpina.
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