Care amiche e amici, quali sono le giuste prassi per chi vuole andare in montagna con i propri figli? L’estate volge al termine, ma di sicuro le escursioni e la frequentazione delle alte quote no! Siamo genitori? Zii o nonni? Guide? Professori o maestri in gita scolastica? Accompagnatori del CAI? Della UISP LegaMontagna? Accompagnatori di gruppi, trainer o formatori?
Quali sono le prassi prudenziali volte a una frequentazione sicura?
Continuando con un percorso di ricerca, informazione e divulgazione mi sono nuovamente rivolto al Dr. Luigi Vanoni, Medico Chirurgo, Socio della Federazione Medico Sportiva Italiana con un
Master Internazionale di secondo livello in Mountain Medicine, componente della Commissione Medica Lombarda del Club Alpino Italiano, Vicepresidente della Commissione Centrale Medica del Club Alpino Italiano dal 2020 al 2025, alpinista e… amico.

Prima Domanda: La tolleranza e i rischi legati alla quota sono differenti a seconda dell’età: potresti schematizzarci le quote limite per un bimbo, dalla nascita all’età adulta?
Una premessa fondamentale: le considerazioni che seguono riguardano bambini normalmente residenti a bassa quota, che vengono esposti temporaneamente alla montagna, e non bambini nati e cresciuti stabilmente in alta quota, nei quali sono presenti adattamenti fisiologici differenti.
Più che di vere e proprie “quote limite”, parlerei di quote di riferimento prudenziali.
La letteratura, infatti, non ha individuato una soglia altimetrica di sicurezza valida per tutte le età pediatriche. Le conoscenze disponibili sono ancora limitate, soprattutto nei primi anni di vita e le indicazioni derivano da un insieme di studi fisiologici e osservazionali, esperienza clinica e consensus di esperti.[1-4]
Sappiamo comunque che anche il bambino è sensibile all’ipossia della quota e che il rischio non è determinato soltanto dall’altitudine raggiunta, ma anche dalla rapidità della salita, dalla durata dell’esposizione, dalla quota di pernottamento e dalle caratteristiche individuali. Nei bambini più piccoli si aggiunge un problema specifico: la difficoltà nel riconoscere e comunicare sintomi che nell’adulto sono facilmente identificabili, rendendo più complesso il riconoscimento precoce del mal acuto di montagna (AMS).[1,2] Studi condotti su bambini preverbal hanno infatti documentato la comparsa di AMS dopo una rapida salita a circa 3.500 m e alterazioni del sonno già dopo un’esposizione a circa 3.100 m. [5,6]
Per questo, nelle prime fasce di età, le raccomandazioni sono particolarmente prudenti.

Il CAI – Commissione Centrale Medica ha dedicato a questo tema il documento Bambini e Montagnadel 2021 e successivamente il Decalogo “Bambini e Montagna” del 2023, rivolto a genitori e accompagnatori.[2,7]
Schema 1 – Indicazioni prudenziali del CAI
|
Fascia d’età |
Riferimento prudenziale CAI |
| Primi 30 giorni di vita | Evitare il pernottamento oltre 1.500 m |
| <12 mesi | 1.500 m come riferimento generalmente ben tollerato; il CAI ammette il superamento di tale quota fino a 2.000 m solo con salita lenta e graduale e rientro in giornata |
| 1–2 anni | 2.000 m come riferimento prudenziale |
| 2–5 anni | 2.500–3.000 m, con particolare cautela |
| 5–10 anni | A queste quote la tolleranza è generalmente migliore, ma deve essere mantenuta la sorveglianza per l’eventuale comparsa di AMS |
| Oltre i 10 anni / adolescenza | Il CAI non propone una specifica quota pediatrica massima; diventano centrali le normali regole di prevenzione dell’AMS e la valutazione individuale |
Un contributo più recente è rappresentato da un consensus Delphi francese del 2025, elaborato da 16 esperti e dedicato specificamente ai bambini sotto i 3 anni.
Il gruppo ha indicato come quote massime raccomandate 2.000 m sotto 1 anno e 2.500 m sotto 3 anni, associando a queste indicazioni una salita graduale e un’attenta osservazione della risposta del bambino.[4]
Schema 2 – Consensus Delphi francese 2025
|
Età |
Quota massima raccomandata |
| <1 anno |
2.000 m |
| 1–<3 anni |
2.500 m |
Il consensus raccomanda inoltre una salita graduale, con attenzione alla risposta individuale del bambino e valutazione medica preventiva in presenza di condizioni patologiche che possano aumentare il rischio.[4]
È importante però interpretare correttamente questi numeri: il Delphi non ha identificato una soglia fisiologica di sicurezza attraverso uno studio sperimentale; ha invece prodotto una raccomandazione condivisa fra esperti in un ambito nel quale gli studi diretti sono ancora insufficienti.[4]
Questi valori non devono quindi essere letti come “quote sicure” al di sotto delle quali non esiste rischio, né come soglie oltre le quali il bambino andrà necessariamente incontro a problemi. Sono riferimenti prudenziali costruiti sulla base delle conoscenze disponibili. C’è poi una distinzione fondamentale: raggiungere una certa quota durante una gita, non equivale a dormirci. La rapidità della salita, la durata dell’esposizione e soprattutto la quota di pernottamento hanno un peso importante nella valutazione del rischio. In definitiva, quanto più il bambino è piccolo, tanto maggiore deve essere la prudenza, soprattutto nel primo anno di vita. La valutazione medica prima dell’esposizione diventa inoltre particolarmente importante in presenza di malattie acute o di condizioni croniche che possano aumentare la vulnerabilità all’ipossia.

Seconda Domanda: Se partiamo ancora alla “radice” sappiamo che le donne in gravidanza non dovrebbero salire oltre una determinata quota: quale e perché?
Prima di indicare una quota, è importante fare una distinzione: quanto segue riguarda donne normalmente residenti a bassa quota che si espongono temporaneamente alla montagna durante una gravidanza fisiologica, e non donne che vivono stabilmente in alta quota, nelle quali intervengono fenomeni di acclimatazione e adattamento differenti.[1,2]
In ogni caso, l’esposizione alla quota durante la gravidanza, dovrebbe essere valutata dal ginecologo/a che segue la gravidanza, che conosce l’andamento della gestazione e le eventuali condizioni di rischio.
Più che di una vera e propria “quota limite”, parlerei quindi di una quota di riferimento prudenziale.
Le evidenze disponibili non consentono infatti di individuare una soglia altimetrica assoluta oltre la quale una gravidanza fisiologica diventi automaticamente rischiosa. Per una gravidanza senza complicazioni, la UIAA considera 2.500 m un riferimento prudenziale: brevi soggiorni o attività di intensità moderata fino a questa quota sembrano comportare un rischio aggiuntivo basso per madre e feto. La stessa UIAA sottolinea però che le evidenze disponibili sono limitate, soprattutto per le donne che vivono abitualmente a bassa quota e si recano temporaneamente in montagna.[1,2]
Il motivo per cui la quota assume importanza è fisiologico: salendo di altitudine diminuisce progressivamente la pressione barometrica e, di conseguenza, la pressione parziale dell’ossigeno inspirato. L’organismo materno dispone di importanti meccanismi di compenso, ma aumentando l’ipossia aumenta anche l’impegno fisiologico necessario a mantenere un’adeguata ossigenazione materno-fetale. Per questo i 2.500 m rappresentano un riferimento prudenziale, non una soglia biologica. Un’attenzione ulteriore riguarda l’attività fisica. Durante l’esercizio una quota maggiore della portata cardiaca viene indirizzata ai muscoli che stanno lavorando; normalmente l’organismo dispone di efficaci meccanismi di compenso per mantenere il flusso utero-placentare.
In quota, però, alla maggiore richiesta di ossigeno dell’esercizio si aggiunge la sua minore disponibilità: soprattutto durante attività intensa, questo può rendere più impegnativo mantenere un’adeguata ossigenazione del compartimento utero-placentare.[2-4]
Per l’esercizio fisico in quota, le raccomandazioni sono infatti più conservative. L’American College of Obstetricians and Gynecologists (ACOG) utilizza come riferimento circa 1.800 m per le donne che non vivono abitualmente in alta quota, mentre la linea guida canadese considera, dopo adeguato acclimatamento, compatibile con una gravidanza fisiologica un’attività fisica moderata fino a 1.800–2.500 m. [3,4]
Gli studi che si concentrano su donne che vivono normalmente e per periodi prolungati in alta quota presentano risultati che non possono essere trasferiti automaticamente alla donna residente a bassa quota che si espone temporaneamente alla quota, perché si tratta di condizioni fisiologicamente differenti.[1,2,5] La letteratura sulle donne che si recano temporaneamente in quota è ancora relativamente limitata. Una revisione del 2023 conclude che, nelle gravidanze non complicate, i dati disponibili non giustificano restrizioni assolute, ma piuttosto prudenza e attento monitoraggio.[6]
C’è quindi una differenza importante tra raggiungere una certa quota durante una gita, soggiornarvi per più giorni e svolgervi attività fisica intensa: non sono condizioni equivalenti e non possono essere valutate con il solo valore altimetrico.
In sintesi, non esiste una singola quota oltre la quale una donna in gravidanza non possa salire. Per una donna sana, residente a bassa quota e con gravidanza fisiologica, 2.500 m rappresentano oggi soprattutto un riferimento prudenziale per una breve esposizione. La valutazione deve considerare la quota prevista, la rapidità della salita, la durata del soggiorno e l’attività programmata e, soprattutto, la decisione di esporsi alla quota dovrebbe essere presa dopo una valutazione da parte del ginecologo/a che segue la gravidanza.

Terza Domanda: Le persone hanno la tendenza a dire “si è sempre fatto così”, che è una posizione molto debole. Le altre risposte classiche sono “e allora le persone che vivono in Himalaya?” oppure “ho portato mio figlio a 3.000 metri quando era piccolo e non è accaduto nulla”. Dato che ne va della sicurezza di milioni di bambini: da dove possiamo dedurre questi dati?
Il modo più corretto per rispondere è distinguere l’esperienza individuale dall’evidenza scientifica. Dire “ho portato mio figlio a 3.000 metri e non è successo nulla” ci dice che in quella specifica occasione quel bambino non ha manifestato un problema riconoscibile. È un’informazione, ma non ci permette di stabilire quale sia il rischio per gli altri bambini, né di definire una quota sicura per tutti. Un singolo caso positivo o negativo non può sostituire l’osservazione sistematica di una popolazione.[1,2]
È un concetto importante anche perché assenza di un evento, non significa assenza di rischio. Il rischio è una caratteristica della popolazione: per conoscerlo dobbiamo osservare un numero adeguato di persone, in condizioni confrontabili, e valutare con criteri condivisi quanti eventi si verificano e in quali circostanze. È lo stesso motivo per cui non possiamo considerare valida l’affermazione “si è sempre fatto così”. Il fatto che una pratica sia stata utilizzata per molti anni, non dimostra automaticamente che sia sicura. La medicina cerca di trasformare l’esperienza in conoscenza attraverso studi osservazionali e prospettici, revisioni sistematiche e, quando possibile, studi sperimentali e consensus delle società scientifiche.[1,2]
Anche il confronto con i bambini che vivono stabilmente in Himalaya o in altre regioni di alta quota non è corretto. Un bambino nato e cresciuto stabilmente sopra i 3.000 m, sviluppa adattamenti fisiologici all’ipossia cronica.[3,4] Non possiamo quindi utilizzare automaticamente l’esperienza di queste popolazioni per stabilire come reagirà un bambino normalmente residente a bassa quota e portato temporaneamente alla stessa altitudine. La letteratura pediatrica sulla montagna ci mostra proprio perché questo approccio sia necessario. Gli studi disponibili indicano che molti bambini possono tollerare l’esposizione alla quota senza conseguenze importanti, ma una parte sviluppa malattia da alta quota e, più raramente, possono verificarsi forme gravi.[5] Questo significa che il fatto che la maggioranza stia bene, non rende nullo il rischio per il singolo bambino, così come il fatto che un bambino si sia sentito male, non significa che la stessa esposizione provocherà necessariamente un problema in tutti gli altri. Per questo, quando parliamo di sicurezza in montagna, dobbiamo basarci sul complesso delle evidenze disponibili, integrando studi scientifici, esperienza clinica qualificata e raccomandazioni delle società scientifiche, e tenendo sempre conto dei limiti delle conoscenze disponibili.[1,5]
In definitiva, non dobbiamo chiederci soltanto “è sempre andata bene?”, ma “qual è il rischio nelle condizioni che sto considerando e quali elementi possono aumentarlo?”
È questo il passaggio dall’esperienza personale alla valutazione scientifica del rischio.
Christian Roccati
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Bibliografia essenziale Prima domanda
1. Meijer HJ, Jean D. UIAA Medical Commission Consensus Statement No. 9: Children at Altitude. UIAA Medical Commission. 2008.
2. Commissione Centrale Medica CAI, Gruppo di lavoro “Bambini e Montagna”. Bambini e Montagna. 16 febbraio 2021.
3. Tanné C, Peyret B, Cherif-Alami S, et al. What altitude is safe for infants? An expert panel survey. Arch Pediatr. 2023;30(7):483-485. doi:10.1016/j.arcped.2023.06.011.
4. Rascle C, Connan P, Tanné C. Recommendations for mountain travel and altitude acclimation in pediatric populations: a French Delphi study. Arch Pediatr. 2025;32(5):288-294. doi:10.1016/j.arcped.2025.05.007.
5. Yaron M, Waldman N, Niermeyer S, Nicholas R, Honigman B. The diagnosis of acute mountain sickness in preverbal children. Arch Pediatr Adolesc Med. 1998;152(7):683-687. doi:10.1001/archpedi.152.7.683.
6. Yaron M, Lindgren K, Halbower AC, Weissberg M, Reite M, Niermeyer S. Sleep disturbance after rapid ascent to moderate altitude among infants and preverbal young children. High Alt Med Biol. 2004;5(3):314-320. doi:10.1089/ham.2004.5.314.
7. Commissione Centrale Medica CAI. Bambini e Montagna – Il Decalogo della Commissione Centrale Medica del CAI. 10 giugno 2023.
8. Società Italiana di Pediatria, Gruppo di Studio Pediatria di Montagna, in collaborazione con Commissione Centrale Medica CAI. Bambini e montagna: ecco le norme da osservare per un avvicinamento in sicurezza. 9 agosto 2021.
Bibliografia essenziale Seconda Domanda
1. UIAA Medical Commission. Women FAQs – Is it safe for pregnant women to go mountaineering at high altitude? UIAA. 2024.
2. UIAA Medical Commission. Advice for women going to altitude. UIAA Medical Commission.
3. American College of Obstetricians and Gynecologists. Physical Activity and Exercise During Pregnancy and the Postpartum Period. Committee Opinion No. 804. Obstet Gynecol. 2020;135:e178-e188.
4. Mottola MF, Davenport MH, Ruchat SM, et al. 2019 Canadian Guideline for Physical Activity throughout Pregnancy. Br J Sports Med. 2018;52:1339-1346. doi:10.1136/bjsports-2018-100056.
5. Grant ID, Giussani DA, Aiken CE. Fetal growth and spontaneous preterm birth in high-altitude pregnancy: a systematic review, meta-analysis, and meta-regression. Int J Gynaecol Obstet. 2022;157(2):221-229. doi:10.1002/ijgo.13779.
6. Keyes LE, Sanders L. Pregnancy and Exercise in Mountain Travelers. Curr Sports Med Rep. 2023;22(3):78-81. doi:10.1249/JSR.0000000000001044.
Bibliografia essenziale Terza Domanda
1. Enkin MW, Jadad AR. Using anecdotal information in evidence-based health care: heresy or necessity? Ann Oncol. 1998;9(9):963-966. doi:10.1023/A:1008495101125.
2. Concato J. Observational versus experimental studies: what’s the evidence for a hierarchy? NeuroRx. 2004;1(3):341-347. doi:10.1602/neurorx.1.3.341.
3. de Meer K, Heymans HS, Zijlstra WG. Physical adaptation of children to life at high altitude. Eur J Pediatr. 1995;154(4):263-272. doi:10.1007/BF01954263.
4. Moore LG. Human genetic adaptation to high altitude. High Alt Med Biol. 2001;2(2):257-279.
5. Garlick V, O’Connor A, Shubkin CD. High-altitude illness in the pediatric population: a review of the literature on prevention and treatment. Curr Opin Pediatr. 2017;29(4):503-509. doi:10.1097/MOP.0000000000000519.





