MENU

3 Agosto 2026

Alpinismo e Spedizioni · Climbing · Vertical · Alpi Orientali · Aree Montane · Italia · Veneto

Permafrost in fusione nelle Dolomiti: il CAI richiama alla prudenza

Dopo i recenti distacchi sul Monte Pelmo, cresce l’attenzione per la stabilità delle pareti rocciose d’alta quota. Il degrado del ghiaccio presente nelle fratture può modificare condizioni, difficoltà e sicurezza degli itinerari.

Salita al Monte Pelmo – Fonte: Wikimedia

I recenti distacchi rocciosi avvenuti sul Monte Pelmo hanno riportato in primo piano il tema della stabilità delle pareti dolomitiche. Il 25 luglio 2026 il Comitato scientifico del Club Alpino Italiano ha richiamato l’attenzione sui possibili effetti delle temperature elevate e della degradazione del permafrost, invitando escursionisti e alpinisti a valutare con particolare cautela gli itinerari esposti alla caduta di massi.

L’indicazione riguarda soprattutto le pareti settentrionali delle cime intorno o superiori ai 2.800-3.000 metri. Oltre al Pelmo, tra le aree citate come potenzialmente sensibili figurano Antelao, Sorapiss, Tofane, Civetta, Marcora e Val Fiscalina. L’avvertenza non equivale a dichiarare indistintamente pericoloso ogni percorso, ma sottolinea la necessità di evitare, durante le fasi più critiche, il transito alla base di pareti ripide e le arrampicate su settori interessati da instabilità.

Che cos’è il permafrost

Il permafrost non è necessariamente un ghiacciaio visibile. Con questo termine si indica un terreno — intendendo anche roccia, detrito o sedimento — che rimane a una temperatura pari o inferiore a zero gradi per almeno due anni consecutivi.

In alta montagna può essere presente in profondità nelle pareti rocciose, specialmente sui versanti meno esposti al sole. Nelle Dolomiti, naturalmente attraversate da fratture legate alla struttura geologica, il ghiaccio può occupare le discontinuità tra i blocchi. In determinate condizioni svolge quindi un ruolo di coesione, contribuendo a mantenere unite porzioni di roccia già separate da fessure.

Il permafrost nelle Dolomiti non forma uno strato uniforme e facilmente riconoscibile. La sua presenza varia in relazione alla quota, all’esposizione, alla conformazione della parete, alla copertura nevosa e alla circolazione dell’acqua. Per questo non è possibile stabilire la sicurezza di un versante osservando soltanto la temperatura dell’aria registrata durante una singola giornata.

Perché il caldo può favorire i crolli

Quando il calore penetra progressivamente nella roccia, il ghiaccio contenuto nelle fratture può perdere consistenza o trasformarsi in acqua. Diminuisce così l’effetto di collegamento tra i blocchi, mentre l’acqua può infiltrarsi più in profondità, aumentare le pressioni nelle fessure ed esercitare un’ulteriore azione erosiva.

Secondo Gianni Frigo, presidente del Comitato scientifico del CAI, le settimane caratterizzate da uno zero termico molto elevato avrebbero favorito la fusione del ghiaccio interno alla roccia sul Monte Pelmo. Sui versanti nord il processo può risultare meno immediatamente visibile: il materiale rimane trattenuto più a lungo e può liberarsi dopo un periodo prolungato di accumulo termico.

La degradazione del permafrost, tuttavia, non deve essere interpretata come l’unica spiegazione possibile di ogni distacco. La fratturazione della roccia, le precipitazioni, l’infiltrazione dell’acqua, i cicli di gelo e disgelo e le caratteristiche geologiche locali possono concorrere all’instabilità. L’attribuzione delle cause di un singolo evento richiede quindi osservazioni e analisi specifiche.

Come cambia l’attività escursionistica

Per chi percorre un sentiero, il problema non riguarda soltanto le vie alpinistiche tecniche. Anche un itinerario escursionistico apparentemente semplice può attraversare canaloni, conoidi detritici o tratti posti direttamente sotto grandi pareti. In queste zone una scarica di sassi può raggiungere il percorso senza che gli escursionisti abbiano il tempo di reagire.

Prima della partenza diventa quindi essenziale verificare eventuali chiusure, ordinanze, deviazioni e segnalazioni diffuse da autorità locali, sezioni CAI, gestori dei rifugi e guide alpine. È opportuno informarsi sulle condizioni recenti del tracciato, non soltanto sulle previsioni meteorologiche.

Durante periodi di caldo persistente, il richiamo del CAI è quello di evitare la permanenza e le soste sotto pareti settentrionali d’alta quota. La scelta di partire presto può ridurre l’esposizione alle ore più calde, ma non annulla un’instabilità prodotta dal calore accumulato nei giorni o nelle settimane precedenti.

Occorre inoltre osservare l’ambiente: rumori di fratturazione, cadute di piccoli sassi, polvere sospesa e detrito fresco possono indicare attività recente. In presenza di segnali sospetti, la scelta più prudente è allontanarsi rapidamente dalla zona esposta, senza fermarsi a osservare o fotografare.

Il casco rappresenta una protezione importante nei tratti soggetti a caduta di pietre, ma non può difendere da blocchi di grandi dimensioni o da un crollo esteso. La misura più efficace resta la corretta pianificazione, insieme alla capacità di modificare o rinunciare all’itinerario.

Una montagna in trasformazione

In generale è opportuno tenere presente che il cambiamento climatico sta modificando le caratteristiche degli itinerari di alta montagna. La degradazione del permafrost può aumentare la frequenza delle cadute di sassi e favorire frane o collassi rocciosi; il regresso glaciale può invece scoprire placche instabili, rendere più fragili i ponti di neve e alterare accessi e discese.

Cambiano così la difficoltà, la pericolosità e, in alcuni casi, la stagione più adatta per affrontare una salita. Guide alpine e gestori degli itinerari sono sempre più spesso chiamati a modificare tracciati, tecniche e periodi di frequentazione.

Conoscere il permafrost nelle Dolomiti significa comprendere che l’alta montagna è un ambiente dinamico. Una relazione tecnica di qualche anno fa o l’esperienza maturata sullo stesso percorso non garantiscono che le condizioni siano rimaste invariate. La prudenza passa dalla qualità delle informazioni disponibili, dall’osservazione sul terreno e dalla disponibilità a cambiare programma.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *